giovedì 26 agosto 2010

Città del futuro tra la via Emilia e il west


Il blog riceve un interessantissimo articolo di Rita Liverani e volentieri pubblica.

"I sindaci ed in generale gli amministratori pubblici, credo debbano essere giudicati per la loro capacità di governo dei territori che rappresentano e per l’idea di città che essi hanno in mente di realizzare nel lungo periodo: perchè quello che si decide oggi, poi peserà, in modo molto significativo, sulle generazioni di domani.

Tempo fa, il mio dirigente, mi mandò a Modena a seguire un convegno dal titolo: “Vivere la città di oggi progettare la città di domani: la voce dei bambini e degli adolescenti nella scuola e nel territorio”.

Mi fu subito chiaro, che della voce dei bambini e degli adolescenti, nei progetti urbanistici dei nostri territori, non vi fosse alcuna traccia.

Prima di quel convegno, io non conoscevo nulla della sociologia urbanistica: non avevo mai pensato che l’assetto urbanistico di una città influisse profondamente sui legami dei cittadini di un territorio, non avevo mai pensato alla funzione sociale della piazza ed in generale dei centri storici o dei parchi e dei presìdi pubblici (biblioteche, centri giovanili, palestre ecc.), dei quartieri.

Il centro di una città è fondamentale per l’identità di una comunità e per la sua capacità di rendere possibile la socializzazione in un luogo simbolo in cui tutti riconoscono la propria appartenenza: è indubbio che ciò ha una ricaduta positiva sia sulla coesione che sulla sicurezza della medesima comunità.

A ben vedere lo sviluppo dei nostri territori, la controtendenza urbanistica rispetto a questa logica, appare oggi, evidente.

Le nostre città si stanno fondendo attraverso una sequenza costante di centri commerciali, ipermercati, grandi catene e grandi outlet: non-luoghi che hanno le caratteristiche di contenitori anonimi e senza identità, zone vuote di senso e di storia, spazi decadenti e a volte spettrali che hanno trasformato il territorio invadendo il paesaggio senza criterio e senza gusto.

Questi spazi, spesso progettati secondo canoni estetici orribili, seguono, in molti casi, le solo le leggi del mercato e quasi sempre sono occasioni d’oro per chi specula e campa di rendita immobiliare. Non raramente raffigurano uno dei punti in cui meglio si misura lo squilibrio oggi in Italia fra l’impresa commerciale e immobiliare (fortissima) e le amministrazioni pubbliche (debolissime).

Non è perciò un caso che la coesione dei corpi sociali si stia sgretolando nei villaggi anonimi e periferici dei centri commerciali e che vi sia a livello di comunità un forte senso di scollamento e insicurezza.

Qualche mese fa, mi è capitato di fare un giro, di sabato pomeriggio, nella piazzza di Forlì: trovarla deserta mi ha fatto rifletere su come fosse vero quanto affermato nel convegno di Modena.

Faenza, che a differenza delle cità limitrofe, ha avuto uno sviluppo urbano molto più ordinato e rispettoso del verde, sul piano del commercio e dello sviluppo complessivo, sta stravolgendo la sua impostazione di città contadina che si raccoglie attorno al suo mercato e sta pianificando il suo decentramento lungo la direttrice autostradale, avallando un sistema economico fatto di centri commerciali e grandi outlet: che futuro si prospetta per quella comunità?

E’ su queste strategie e su queste visioni sulle città future che si misura la capacità amministrativa dei nostri sindaci ed in generale della nostra classe dirigente: perchè quando la comunità si sarà definitivamente scollata poi ricomporla sarà impossibile. Per non parlare del tessuto economico tutto squilibrato a favore del commercio di massa attraverso una tendenza che pare, un pò dappertutto, di non ritorno: non so fino a che punto si potranno vendere merci se più nessuno le produce, ma di questo, forse, può parlarne un esperto.

Io non vedo, all’orizzonte, grandi prospettive: qui in Romagna, si è passati dalle città delle piccole botteghe di famiglia dell’era DC, alle città degli Iper dell’era PCI. Credo che un ripensamento complessivo su questa tendenza sia doveroso, perchè non basta portare qualche spettacolo nella piazza durante il periodo estivo, per riannodare i fili che, inavitebilmente, si stanno sciogliendo.

Che “la legge di mercato” sia qualcosa di immanente che non possa essere fermato in nessun modo, io non lo condivido affatto: questo lo può dire un amministratore delegato quando scrive ai suoi operai, ma una classe politica che si definisce di sinistra, no. Essa non può non avere in mente un’idea alternativa di società, e se quella che c’è o che avanza non è all’altezza delle proprie aspettative, essa ha il dovere di contrastarla e fare in modo che la tendenza cambi.

Questo va fatto certamente a livello internazionale, nazionale, ma anche locale e personale, perchè non c’è dubbio, che prima che politica, la questione sul tipo di società che vogliamo è di ordine culturale.

Tutti i giorni tocchiamo con mano il livello della politica locale e francamente non ho l'impressione che vi sia, nei fatti, eccelsa qualità e necessaria visione: insomma, nessuno che si stacchi nemmeno di un dito dall'asticella, che mi pare posta sempre più spesso in prossimità di interessi particolari e di parte. Basta attraversare una qualsiasi tangenziale e guardare lo skyline delle nostre periferie per capire chi decide nel territorio: per cui, se qualche forza politica ha in mente di fare qualcosa per invertire la rotta, è ora che lo faccia adesso.

Rita Liverani"

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